Ho incontrato, in circa vent’anni di frequentazioni, artisti francigeni nel campo della musica, del teatro, dell'affabulazione e anche della pittura.

 

Di regola, confrontandosi con ciascuna di queste forme di produzione artistica, ci si aspetta, all’apparire dell’aggettivo “francigeno”, esplicito o implicito che sia, di trovare degli elementi di riconoscimento che sono, che diventano, l'appiglio attraverso il quale il modello di riferimento sul passato del fruitore copula col modello di riferimento sul passato dell'artista. 

 

La condivisione reciproca si gioca tutta sugli elementi di riconoscimento che trasformano in "francigeni" schizzi impressionisti, piéces teatrali naturaliste e musica rinascimentale o canto monotonale, più o meno basati su tracce e notazioni filologicamente analizzate; utilizzo di quello che è il già scarno patrimonio comune – i luoghi comuni del pellegrinaggio – per instaurare un dialogo con il fruitore.

 

Fiorella Pierobon è altrove rispetto a questa dimensione: sceglie un'altra strada, quella dell'appercezione. E raffigura ciò che evoca in lei stessa la dimensione del pellegrinaggio. tradisce in chi vede le aspettative più ovvie e costringe a cercare altrove la chiave di lettura del suo lavoro. 

 

Nessuno di questi trenta, quaranta lavori – se escludiamo i torsi di "4 Elements" – offre appigli di riconoscimento.

Se ci sono, dobbiamo riconoscere che sono labili come la traccia della via lattea nel cielo stellato sopra di noi in una notte d’estate. Basta una stella cadente per farci ricredere e spostare altrove la ricerca di senso.

 

Questo di Fiorella Pierobon è un modo di porsi degno di un pellegrino.

Il pellegrino è uno straniero, un advena: il primo significato di peregrinus coincide col francese déraciné, che significa spostato, strano, non del tutto inquadrabile e riconoscibile. se un artista segue la sua strada, è facile che provochi questo iniziale disagio: parla una lingua a cui non siamo abituati, fa gesti che non rientrano nel paesaggio della nostra quotidianità, propone collegamenti che a lui sono chiari ma così non per noi.

E la peregrinatio di Fiorella Pierobon spinge il fruitore ad accattare nozioni francigene finanche dai titoli delle opere esposte.

 

No. Il pellegrinare di Fiorella è laico, moderno, personale e intimo.

 

Rispetto a quello altomedievale che è ascetico e sostanzialmente individualistico e a quello tardo medievale che è mistico e di gruppo,  questo pellegrinare è un tertium  in cui il colore e la materia sono le reliquie che giustificano e spiegano le ragioni del viaggio intrapreso.

 

Fabrizio Vanni

segretario scientifico del Centro Studi Romei